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| Nato a Milano il 10.6.1950, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano, ha partecipato a diverse collettive, premiazioni (segnala in particolare quella della Rivista Arte Mondadori) e alcune personali. Il suo nome è presente nel catalogo Bolaffi Arte Moderna N. 21. Personalità poliedrica si occupa contemporaneamente di pittura, scrittura, grafica e musica. Come autodidatta non si è risparmiato la serie di passaggi obbligati dell’apprendimento, convinto che la componente tecnica vada tenuta in conto quanto quella immaginaria e della conoscenza nel senso più lato del termine. Attualmente è intento all’elaborazione, in simbiosi con ogni altra precedente considerazione, di un linguaggio sempre più proteso e onnicomprensivo della lezione del passato, un percorso capace di innalzare i contenuti e le forme dell’arte a quella idealità universale espressa dall’umanesimo, sicuro così di poter riavviare un discorso di senso che non escluda ogni possibile anticipazione di risorse racchiuse nel nostro futuro e che occuperà certamente anche i prossimi volumi. |
| Per quanto riguarda il formato ridotto che caratterizza i lavori del presente catalogo e l’uso esclusivo dell’acrilico e della tempera, va collegato, da una parte, ad alcune considerazioni di fondo riguardo una serie di priorità di metodo del tutto contingenti e, dall‘altra parte, all’esigenza di rimettere a nuovo un precedente percorso sempre tenendo conto di alcuni necessari passaggi strutturali obbligati diretti all’esplorazione di formati e materiali privi degli attuali limiti. La composizione piccola, in ogni caso, sta in relazione a quella grande come la serie di fotogrammi rispetto l’intera narrazione e non va intesa in senso negativo, ma l’anticipazione in fieri di un percorso che si arricchisce nella contraddizione, senza però mai cedere di un solo passo di fronte a quel comune denominatore rappresentato da un insostituibile umanesimo. Ad ulteriore sostegno del presente percorso farà seguito un secondo volume, nel quale la preoccupazione unitaria deve fare i conti con un linguaggio capace di controbilanciare le opposte sponde della comunicazione e sempre nella consapevolezza che un’idea di duplicità di intenti sia in grado di far convergere più scelte sempre salvaguardando l’imprescindibile integrità di cui sopra. |
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Commento e note critiche |
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Non sempre, tutte le volte che si fa a ritroso un certo percorso artistico, è possibile ravvisare al suo interno quel tratto unitario cui deve sottostare ogni iter che meriti quel nome, tanto da farlo assomigliare a volte più alla rotta accidentata di un navigante distratto che a quella uniforme e inappuntabile che porta diritto in un precisato porto; così, pur tenendo conto di ciò – senza per questo diminuirne l’incipit critico - non si può negare che in ogni caso (in modo specifico nel mio) l’attardarsi lungo più mete, quelle stesse che ci fanno stare come appesi tra più piatti della bilancia, finisce poi per giovare a favore di un arricchimento del dato e della presa di coscienza di quella stessa unità di cui sopra. L’arte infatti, come ogni altro percorso, sta sempre in mezzo più terreni accidentati, sembra aggiungere dove in realtà sottrae e sottrarre dove aggiunge, azzera quando si porta avanti e moltiplica quando va indietro; è quindi soltanto aggirando, mettendo e togliendo ponti dove più o meno conviene, si avviene poi alla fatidica meta tanto simile al percorso unico per ogni tempo e luogo. C’è quindi un paradosso dell’arte in grado di farci avanzare anche quando sembriamo irrimediabilmente impantanarci o semplicemente muoverci a rilento sulla punta dei piedi all’interno di più aspettative; anche se sballottati tra più sponde, in qualche caso perfino alla deriva e alla mercé di varie zone d’ombra, ci tiriamo fuori poi inequivocabilmente in piena luce, quella stessa in grado di istruirci a nuovo anche riguardo ciò che in parte già sappiamo. C’è infatti una metodica in meglio dell’apprendere d’arte (ma non solo di quella) fatta a misura di più percorsi e che consiste nel farsi avanti tra più mete al posto di un tutto unico e in un solo fiato; è perché ci è possibile dar forza a più stilemi invece dell’idea fissa di un assolutamente di qua o di là, non siamo la tentazione delle enunciazione del tutto gratuite e dalle quali dobbiamo sottrarci se non vogliamo rischiare di lasciarci trascinare nelle idiosincrasie del soltanto Nuovo o del soltanto Vecchio. |
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Da ciò, non a caso, ci viene poi spontaneo un motto che ci fa come da imperativo o idea guida: non c’è arte che pur incontestabilmente avanti non sia inevitabilmente indietro e viceversa. E’ quindi nel farci strada lungo più di una scuola e indirizzo, casomai tornando indietro, non siamo il viaggio a vuoto delle mere enunciazioni erette a sistema senza un pensiero forte che le sostenga. E’ paradossalmente ciò che ci intriga e, rinviandoci ad altro, ci pregiudica quanto basta, a far leva su quel risultato unico cui in un modo o nell’altro ci si deve prima o poi misurare. C’è infatti sempre nel fare d’arte una dialettica del disfare in grado di avviare una comunicazione (l’arte è una delle forme della comunicazione) a trecentosessanta gradi e che, imponendoci una fatica in più, ci mette poi sicuramente d’accordo anche dove sembriamo irrimediabilmente distanti. Excursus d’arte quindi inteso come parafrasi di ciò che è messo continuamente in crisi e che, nello stesso tempo, è sempre pronto a ritornare sui propri passi per farci partecipi di una proposta che non sa elevarsi verso l’alto senza non aver prima scandagliato il basso e viceversa. Proprio perché c’è sempre dietro noi la tentazione di far terra bruciata, di buttare via il bambino con tutta l’acqua sporca, di mettere la testa al posto dei piedi e i piedi al posto della testa, di fare di ogni erba un solo fascio, non c’è verità (che sia d’arte o di ogni altro genere) che non debba dar conto a qualche ingegneria della intermediazione tra Vecchio e Nuovo, tra Sostanza e Forma, tra Immaginazione e Ragione, tra Teorema e Narrazione, tra Menzogna e Verità. Non si tratta in realtà di un pericoloso far marcia indietro, ma di far leva su una visibilità in e out che si arrischia verso il Basso per poter poi tradursi in Alto e viceversa, senza per questo mai dover cedere ad alcun progetto non in grado di tradurre forma e contenuto in un’ottica che mette insieme vicino e lontano, visibile e invisibile, verificabile e inverificabile. Non c’è infatti – di ciò dobbiamo essere certi - da una parte il complesso delle verità e falsità dell’arte e dall’altra quello del mondo come se viaggiassero l’uno con le proprie regole e per proprio conto: accordi e disaccordi dell’arte e del mondo rimandano l’uno all’altro come due facce delle stessa medaglia. Nessuno dei due accampa più sostanza dell’altro; anzi i disegni dell’uno, in un certo modo, veicolano i disegni dell’altro. E’ perché ogni vedere (visibile) è sempre dato nel vicolo cieco di un non-vedere (invisibile) e viceversa, convergiamo poi in un’unica polarità capace sia di rivoltare i bastoni tra le ruote del conformismo di chi non intende mai esporsi, sia di chi butta ogni cosa all’aria per il solo gusto iconoclasta di far terra bruciata intorno a sé. In realtà, solamente se |
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sci proiettiamo su di un piano traslato della comunicazione, siamo poi capaci di generare trasporti a trecentosettanta gradi, quelli stessi in grado di generare un vero e proprio organigramma del sentire destinato a trarci fuori dalle antinomie imperterrite di forma-contenuto, soggetto-oggetto, reale-irreale, vero-falso: esattamente quanto basta per lasciarci a bocca aperta di fronte al potere del verosimile di far combutta con l’inverosimile. C’è in realtà un parallelismo a prendere e lasciare quanto già comunicato che ingenera plus valore anche dove c’è il rischio ogni volta di ricrederci o metterci semplicemente sulla difensiva, cosa che porta presto a liberarci dalla falsa idea incentrata su di un progresso ad ogni costo, un’idea molto simile a chi, mettendo il carro davanti ai buoi, si confina in quel facile far di una moda di cui tutti in un modo o nell’altro siamo complici o vittime. Da questo punto di vista ci avvince un’idea forte non del tutto nuova di libertà e liberalità artistica fatta a misura di qualche cosa che, pur dandoci filo da torcere, ci invita al sano ottimismo di chi sa riflettere e rileggere la scottante materia dei nuovi orizzonti destinati a riproporci a nuovo; un’idea per niente peregrina e che assomiglia tanto a quella di chi, per amore del vero, sa rivoltare il guanto nel giusto verso della luce dove c’è oscurità e falsi traguardi. Progetto forse molto estemporaneo ma che, nello stesso tempo, mira al fondamento proprio perché ci mette continuamente in gioco di fronte ad alcuni progetti illusori che suonano impropriamente emancipatori e piattamente egualitari …e che, in realtà, si mostrano sempre più come inutili orpelli molto simili al disimpegno, anche se sembrano gridare ogni volta ai quattro venti qualche cosa di rivoluzionario. |
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